“Kali Yuga” è una locuzione che trae origine e trova collocazione nell’ambito della Cultura spirituale Indù, e, precisamente, in quei testi dedicati alla cosmologia definiti “Purana”. Occorre tenere presente che Oriente e Occidente attribuiscono al divenire cosmologico un significato diverso; nella visione orientale il tempo è ciclico, in quella occidentale è rettilineo. Il che porta a una differente concezione del significato dell’ordine cosmico, in generale, e della Storia umana, in particolare. Per la mente orientale, la Storia si sviluppa per cicli involutivi, mentre, per quella occidentale, essa è rettilinea ed evolutiva.
La differenza è radicale; per i primi si procede dal più al meno, dalla pienezza al vuoto, dalla luce alle tenebre, dal Significato all’assurdo, dalla Verità alla menzogna. Per i secondi, la vicenda umana è un accumulo di conoscenze che, dall’animalità iniziale, passando per la barbarie e la superstizione, approda prima all’epoca della razionalità e delle “idee chiare e distinte”, per poi aprire un orizzonte presso cui la specie si affrancherà da ogni vincolo, per diventare loro stessi divini.
Qui non è in discussione quale delle due concezioni sia vera e quale falsa; anche perché, per farlo, bisognerebbe, prima, cercare di comprendere un punto di vista, quello orientale, che sta agli antipodi dei presupposti della Cultura in cui siamo nati, e che ci ha formato.
E tuttavia, se l’artista ha dedicato un Mandala proprio al Kali Yuga, appare evidente che riconosce in questa epoca, e soprattutto nella presente attualità, tutti i segni distintivi della decadenza, del disfacimento, e dell’inversione dei valori descritti dai Purana. Quindi, questo Mandala cerca di esprimere in forma grafica i concetti di quella visione: decadenza, disfacimento, inversione; ma anche l’opportunità di trasformazione (trascendere la forma), superamento, liberazione.
Kali, presso l’induismo, è la dea venerata come simbolo della morte (della quale, evidentemente, altre Culture hanno una concezione diversa), della distruzione e del mutamento; e, allo stesso tempo, di liberazione e rinnovamento. È iraconda e feroce, e al contempo simboleggia la potenza archetipa e trasformatrice del divino femminile. L’età di Kali, insomma, manifesta tutte le possibilità più infime, capovolgendo, in ogni ambito, simboli e valori.
Nell’universo Indù, Kali smaschera l’idolatria delle forme, l’illusione che esse siano perenni; e appare terrificante per via dell’attaccamento umano ad esse.
E così, possiamo comprendere che, oltre la necessaria opera distruttiva, Kali ci arreca l’opportunità di liberare le forme di cui è tessuta la vita terrena, per loro natura finite, come finita è la stessa vita umana, dalla loro putrefazione, trasfigurandole e trasfigurandoci nell’Essenza; in questo senso, Kali svolge una funzione apocalittica, ossia disvelatrice.
Partendo da questa necessaria premessa, senza la quale sarebbe impossibile approcciassi al Mandala, veniamo ora all’opera.
L’elemento graficamente descrittivo che si impone in questo Mandala, unico in tutta la produzione dell’artista Zammitti, è la chiusura del tema centrale all’interno di serie di figure quadratiche. Il primo, evidente, quanto perentorio, è il quadrato che definisce l’aspetto simbolico dell’intero modello; è ROSSO! Giacché, nel suo aspetto distruttivo, Kali è sanguinaria, divora, maciulla, fino a polverizzare e annichilire.
Presso le Dottrine sapienziali antiche, dal punto di vista geometrico, l’involuzione ciclica è rappresentata dal passaggio progressivo dalla sfera al cubo, dal cerchio al quadrato. Esotericamente, la locuzione “quadratura del cerchio” rimanda a questo processo (anche se la locuzione può applicarsi anche ad altro).
Il quadrato esterno, poi, si proietta verso l’interno con una serie di forme quadratiche più sfumate, smussando gli angoli via via ci si avvicina al tema centrale. All’interno di questo, la prima cosa che coglie l’occhio sono i teschi che sembrano danzare incastonati dentro triangoli.
All’esterno dei teschi, con le punte protese verso il cerchio esterno, alloggia un tema di due spicchi di luna, che ricorda una specie di lancia a due punte (un “bidente”), simbolo di potere.
Oltre il cerchio, a mo’ di estensione, si evidenzia una ghirlanda di semi fiori di loto, con le punte rivolte, e quindi in opposizione, ai quadrati. Questo simboleggia l’irresistibile seme di rinascita; dacché il loto, per eccellenza, rappresenta purezza immacolata, crescita spirituale, illuminazione, resurrezione.
La cromatica riprende quella iconografica del Kalismo: dal blu profondo alle sue sfumature (la pelle della Dea); poi il rosso sangue (lingua e labbra); l’oro del tridente (la potenza); il bianco (morte e purificazione).
Si può dire, a questo punto, che “Kali Yuga” è il Mandala più potente, significativo e importante finora creato da Giada Zammitti. In esso convergono tutti i precedenti, giacché li sintetizza, li integra, li trasfigura in un’opera che segna il nostro presente stare nel mondo, e che invita ciascuno a una radicale domanda sul senso di sé.
COS’È UN MANDALA
Il mandala è un disegno geometrico sacro che ha origine in antiche tradizioni religiose e spirituali.
Spesso è rappresentato come un cerchio con intricati motivi e simboli che si irradiano dal centro.
Il termine “mandala” deriva dalla parola sanscrita “cerchio” e rappresenta l’universo o lo spazio sacro al suo interno.
I mandala sono utilizzati come strumenti di meditazione, riflessione spirituale e crescita personale.
Si ritiene che aiutino gli individui a connettersi con la propria interiorità, a trovare equilibrio e armonia e ad accedere a uno stato di coscienza superiore.
Il disegno di un mandala è altamente simbolico. La forma circolare rappresenta la completezza e l’unità, ricordandoci l’interconnessione di tutte le cose.
Il centro del mandala è considerato il punto focale, che rappresenta il centro del nostro essere o l’essenza divina dentro di noi.
Creare o impegnarsi con i mandala può essere una pratica trasformativa, che offre un percorso di pace interiore, di scoperta di sé e di crescita spirituale.
